Denominazione

Lo stemma di Montorio nei Frentani è rappresentato da uno scudo sul quale campeggiano tre colli; quello centrale è sovrastato da una stella. Non si conosce il suo signifìcato né la data della sua adozione. Tuttavia tale simbolo è già riportato nel timbro applicato su un documento comunale del 1811.

Già nel 1200 il paese era conosciuto semplicemente come Montorio (Castrum Montorii) e, solo per distinguerlo dagli altri paesi omonimi, con delibera comunale del 4.2.1864, la sua denominazione fu mutata in Montorio nei Frentani. Mons.Tria scrive che il nome Montorio derivi da Mons aureus, come si legge nelle bolle papali di Lucio III (1181) e di Innocenzo IV (1254), a causa del colore delle sue terre.

Giandomenico Magliano sostiene, invece, che tale derivazione non può essere accettata in quanto le terre di Montorio hanno lo stesso colore di quelle dei paesi vicini per cui il nome Mons Aureus sia piuttosto da addebitare ad errore dei copisti dell’epoca.

Nel catalogo dei baroni, edito dal Borrello nel 1653, infatti, si trova la dizione Montorius, così come è chiamato “Castrum Montorii” nei Demani Imperiali degli anni 1241/46. Magliano, inoltre, fa notare che era costume degli antichi indicare col nome “toro” le cose grandiose e poiché Montorio sorge su un colle alto ed imponente, il suo nome doveva essere originariamente “Mons Taurus”, da cui derivarono: Monte Toro, Montoro, Montorio. Quest’ultima interpretazione venne formulata sull’opinione di Stefano Bizantino circa l’origine dei paesi che portano tale nome e l’uso della parola “Taurus”. Analoga interpretazione la offre il Du Cange, il quale sostiene che nel latino medioevale la parola “Torus”, usata per indicare località, significava “colle aguzzo e rotondo con effetto di rafforzamento per indicare un luogo posto in alto”.

Luigi Carfagnini, autore delle “Memorie storiche di Montorio” fa derivare l’origine del nome da “Promontorius”. Sia Polibio che Tito Livio, infatti, usavano questo termine col significato di “capo”, “prominenza di terra”, non solo riferito al mare, ma anche a località montane. Infatti si legge in Polibio:

. . . .. descenditque in illud, promontorium,

unde ad loca plana ibatur . . . . . . . . . . . “.

Vi è infine l’interpretazione di Giambattista Masciotta secondo il quale “Mons Aurei” stava ad indicare il monte di proprietà della famiglia romana degli Aurei, o Aurii citata da Cicerone nell’orazione “pro Cluentio”.

Oggi l’interpretazione più accreditata ed accettata dagli studiosi fa derivare il nome di località poste su colli o alture dalla parola toro o taurus: es. Montorio, Toro, Torella, ecc.

 

Origini

Non si hanno notizie precise sull’epoca di fondazione di Montorio. Tuttavia, sia dai documenti disponibili che dai ritrovamenti archeologici, si deve presumere che sia antichissima. Mons.Tria sostiene che fu fondata dai greci-bizantini fuggiti alle incursioni saracene e normanne. Secondo Luigi Carfagnini, durante la 2° guerra punica, mentre Annibale era a Gerione, furono abbattuti dai romani, durante una scaramuccia, “duo castella”, che presumibilmente dovevano sorgere sui colli dirimpetto a Gerione. Gli abitanti di questi castelli distrutti si sarebbero trasferiti sul colle ove è l’attuale Montorio.

Non sembra valida, invece, l’ipotesi che Montorio sia stata costruita dagli abitanti della distrutta Gerione. Infatti, sia dalle bolle papali, citate in precedenza, che da altri documenti, risultavano coesistere i due abitati di Gerione e di Montorio. Anzi Gerione era un centro più importante di Montorio in quanto era parrocchia arcipretale, mentre Montorio aveva una semplice chiesa. Gerione, inoltre, è certamente esistita fino al 1456, anno in cui avvenne un terremoto che devastò completamente la zona, esclusa Montorio, e che probabilmente distrusse la località, già in declino, costringendo alcuni degli scampati a trasferirsi a Montorio.

I reperti archeologici rinvenuti nel suo agro inducono a ritenere che Montorio fosse un luogo abitato fin dall’antichità. Sepolcri, rottami di fabbrica, fondamenta, pezzi di mosaico, monete, lucerne, statuette ed altro materiale sono stati rinvenuti sia sul luogo dove attualmente sorge il paese, sia in altre località del suo agro: S.Michele, Grotte, Castellano, Piana, Fonte Sambuco, Pezze del Comune, Noce Pagliuca.

Da fonti documentarie sappiamo che vi erano due centri abitati, che la tradizione ricorda come “Montorio vecchio” e “Montorio nuovo”. Dove sorgevano l’uno e l’altro? Secondo il Tria il centro più antico sorgeva sul colle di S.Michele, in prossimità della chiesa di S.Angelo (o S. Michele Arcangelo). I suoi abitanti si trasferirono, non si sa quando e perché, nella nuova attuale località.

G.D. Magliano smentisce tale asserzione in base al fatto che nel territorio dell’attuale paese sono state rinvenute fabbriche antichissime, mentre sul colle di S.Michele i reperti archeologici si riferiscono ad epoche più recenti.

Quindi, contrariamente a quanto affermato dal Tria, si deve ritenere che l’attuale Montorio sia il “vecchio” e l’altro abitato era semplicemente il “casale Sancti Arcangeli” o casale di “Santo Angelo Montis aurei”, come si legge nelle bolle papali del 1181 e del 1254. Sempre secondo Magliano, l’abitato che sorgeva sul colle di S.Michele risaliva probabilmente ad epoca longobarda, in quanto questo popolo era solito dedicare molte località all’Arcangelo Michele al quale attribuivano le loro vittorie.

In questa epoca, secoli VI-VII-VIII, Montorio faceva parte del ducato di Benevento e della contea di Larino. Successivamente, in epoca normanna, passò sotto la giurisdizione della contea di Rotello (Loritello). Anche Magliano sostiene la duplice ubicazione di Montorio adducendo come prova il “Catalogo de’ Baroni del Regno” del Borrello nel quale si legge che nel 1167, sotto il regno di Guglielmo II il Buono, Montorio era diviso in due feudi, posseduti rispettivamente dai feudatari Vito Avalerio ed Enrico Cena.

Di conseguenza i due mezzi feudi dovevano essere Montorio e S.Angelo. Anche nelle bolle di Lucio III e di Innocenzo IV vengono citati sia Montorio che il casale di S.Angelo. Sempre secondo Magliano, i due centri furono abitati fino alla peste del 1656. Infatti ambedue risultano nella tassazione del 1626. E’ probabile che dopo l’epidemia i sopravvissuti di S.Angelo si siano trasferiti in un solo posto che era anche vicinissimo alla sede abbandonata.

Tuttavia l’unificazione giurisdizionale dei due feudi era già avvenuta da tempo, nel 1333, con Carlo di Gambatesa allorché Montorio faceva parte dei domini della famiglia “Gambatesa-Monforte”. D’altro avviso, invece, è Luigi Carfagnini, in quale sostiene , infatti, che i due signori che avevano il dominio di Montorio nel 1167, cioè Vito Avalerio ed Enrico Cena, avevano una giurisdizione ed un quartiere separato, ma rispettivamente uno nel castello o “rocca” e l’altro nella terra murata o “borgo”.

La “Rocca” ed il “Borgo” ,

La suddivisione dell’abitato tra castello o rocca e terra murata o borgo, oltre ad essere visibile anche oggi, è documentata già nell’anno 1462. Essendo in quell’epoca feudatari i Monforte, Montorio seguiva le loro vicende e pertanto si era ribellata al re Ferdinando I d’Aragona. Questi, dopo la pace di Taranto, pose l’assedio alle roccaforti che ancora resistevano, e tra queste vi era Montorio. La terra murata gli aprì subito le porte mentre la rocca resistette qualche giorno.
Anche il Summonte descrisse il fatto bellico:

“Il Re (Ferdinando I) si partì dall’Ofanto, e venne ai confini de’ Dauni, ch’ora di Pugli dicono, verso i Ferentani hor di Capitanata, accampandosi al fiume Fortore, e quivi pervenuto, quei di Lesina, de Pricema, e della Serra, de’ quai luoghi egli n’havea le guardie in potere gli aprirno le porte, e gli diedero le castelle d’intorno; passato d’indi à Montorio, l’ottenne subito con la fortezza, e con S. Giuliano, i cui terrazzani no si tosto videro l’artiglierie, che se gli resero senza aspettar l’assalto”.

Della fortezza di cui parla il Summonte non vi è oggi traccia alcuna. Probabilmente essa fu inglobata nel palazzo marchesale allorché fu ristrutturato ed ingrandito. A ricordo di questo assedio si tramanda un episodio. Dall’alto delle mura un giorno gli abitanti videro nella pianura sottostante una nuvola di polvere e credettero trattarsi della cavalleria nemica. Era, invece, un grosso stuolo di cervi che fuggivano.

La rocca, che oggi è conosciuta come “terra vecchia”, è situata sulla sommità del colle. Era circondata da mura a spalto fornite di petriere, che esistevano ancora nel 1727. A difesa delle mura si ergevano quattro torri chiamate: torre del Marchese, degli eredi Carfagnini, di Carfagnini. Sul suo perimetro vi erano due porte, una verso ovest detta “falsa”, che dava sulla campagna, l’altra verso oriente che metteva in comunicazione la rocca col borgo, conosciuta anche come “porta del cortile del palazzo baronale”.

Il borgo, o terra murata, è situato tutto ad oriente rispetto alla rocca. E’ circondato da mura semplici difese da sette torri denominate: di S.Sebastiano, di Colitti, dei Corvi, di De’ Bartholomeis, di Diodato Carfagnini, di Tito Cristinziani, del barone Magliano. Ha tre porte: la prima a sud-est detta “minuta” o di S.Sebastiano, la seconda ad oriente, detta di Vincenzo Caticchio o di S.Pietro oppure del barone Magliano, la terza verso sud detta di S.Antonio. Di quest’ultima oggi non vi è traccia.

Da un inventario delle armi e delle munizioni del 1350 si rileva che la difesa delle mura era affidata, oltre che alle bombarde ed ai mortai, anche a piccoli cannoni e falconetti. Le feritoie rotonde del diametro di un palmo circa, visibili ancora oggi su alcune torri e mura di cinta, confermano tale notizia. Tuttavia all’epoca di Andrea e di Ferrante di Capua i pezzi di artiglieria furono trasferiti a Termoli.

All’interno della rocca erano la chiesa, con annesso il cimitero sulla parte destra, ed il palazzo o castello del feudatario. Sempre all’interno della rocca, vicino al palazzo, vi erano delle fosse scavate nel tufo per la conservazione del grano, delle biade e di altre cibarie. Un gran numero di fosse in fabbrica furono rinvenute anche all’interno del borgo, nel luogo ancora oggi conosciuto come “largo delle fosse”.

L’esistenza del castello o palazzo signorile è certa già alla metà del secolo XVI. Infatti dai registri parrocchiali, negli anni dal 1565 al 1589, risulta che i figli del marchese Di Capua ed i figli dei suoi fratelli nacquero e furono battezzati a Montorio. Quindi la nobile famiglia doveva certamente dimorare a Montorio, dove aveva una adeguata dimora.

Durante il 1600, sotto le famiglie Castelletti e Mastrogiudice, l’intero abitato, compreso il castello, subì un grave degrado dovuto forse alle pestilenze del 1656 e del 1672, seguite dal terremoto del 1688. Agli inizi del 1700 la marchesa Sinforosa Mastrogiudice riedificò il palazzo quasi dalle fondamenta con l’aggiunta di altre costruzioni attigue: “da poco tempo da essa rifatto, quasi dalle fondamenta, ritrovandosi prima del suo dominio tutto a terra, ed attualmente sta formando un nuovo quarto a quella parte della Cappella del Glorioso S.Antonio con disegno di formarvi tre pesolati”.

Lo spirito di iniziativa e la capacità amministrativa della Marchesa Mastrogiudice, anche se la sua presenza a Montorio era sporadica e limitata ai soli mesi estivi, apportarono alla popolazione benefici effetti. Il paese riprese vigore. Furono agevolati i nuovi immigrati con l’assegnazione di terre da disboscare e da dissodare. Furono iniziate nuove colture, piantati nuovi vigneti. Ebbe sviluppo l’allevamento dei suini, e soprattutto ebbe notevole incremento l’edilizia abitativa giacché il paese era ridotto ad un cumulo di macerie.


Il quartiere greco

Tria spiega la presenza di un quartiere greco a Montorio nel modo seguente. “Ha questo nuovo Montorio con se attaccato un Borgo, il quale anticamente si abitava parte da’ Latini e parte da’ Greci, cioè quelli, i quali dominavano nelle nostre regioni, dopo la caduta dell’Impero Romano, e questo luogo, dove stavano i Greci finora si chiama il “Quarto de’ Greci” o “capo di Vaglio”.

Sotto le incursioni dei Saraceni, chiamati dal duca longobardo Radelchisio di Benevento in aiuto contro Siconolfo di Salerno, i greco-bizantini che abitavano la costa adriatica si rifugiarono ai piedi dei castelli. Montorio fu uno di questi castelli che diedero ospitalità ai fuggiaschi. Con i Normanni il nucleo si accrebbe in quanto Montorio, che faceva parte del ducato di Benevento, era sempre ben difeso e protetto.

I greci fuggiaschi cominciarono man mano ad edificare le loro case sotto i castelli finché si stabilirono definitivamente nei luoghi che erano serviti da semplice rifugio e protezione. La tesi di mons.Tria circa l’insediamento dei greco-bizantini non è accettata dalla maggior parte degli studiosi di storia locale molisana ed è anzi contraddetta dal Magliano, secondo il quale non vi erano colonie greche nella nostra zona lungo la costa.

Gli immigrati che formarono il quartiere greco a Montorio furono, invece, greco-albanesi e greco-epiroti venuti in aiuto di Ferdinando l° d’Aragona contro la fazione angioina nel 1461.

Sia l’una che l’altra spiegazione, per quanto riguarda Montorio, non sono sorrette da valida documentazione.

La presenza dei greci a Montorio è fondata sulla tradizione ed è avvalorata dalla presenza dei cognomi “Greco”, “Nicodemo”, “Di Staulo”, largamente diffusi in paese. Resta una piccola chiesetta dove essi officiavano secondo il loro rito. Una tavola raffigurante la Madonna e quattro santi, fra cui vi è S.Caterina d’Alessandria, ora nella chiesa parrocchiale, probabilmente era collocata in questa chiesa dedicata alla stessa santa.

Non è possibile conoscere la data in cui è stata edificata la chiesa. L’unica testimonianza che si ha del rito greco si rileva dal registro degli stati d’anime dell’archivio parrocchiale dell’anno 1647:
“Anno domini 1647 die 4 Mensis Martii. In eadem via ubi dicitur Capo di Vaglio et prope Ecclesia Sanctae Catherinae.. .”

Non si conosce neanche l’epoca in cui ebbe termine il rito greco né quando la comunità fu integralmente assorbita da quella preesistente. Nessun documento, nessuna iscrizione ci sono pervenuti circa la loro presenza, eccetto quello appena citato.

 

Notizie feudali e comunali

Dall’epoca normanna in poi Montorio fece sempre parte del Contado di Molise nonostante fosse una terra avanzata nella Capitanata (oggi provincia di Foggia). Infatti, sotto il regno di Alfonso IMontorio era fra i comuni molisani tassati per il trionfo del re. Nel 1807con la venuta dei francesi nel Regno di Napoli e con la costituzione della provincia di Lucera, Montorio fu trasferita alla Capitanata per essere successivamente e definitivamente reintegrata al Molise nel 1811.

Conseguentemente Montorio fu per molto tempo legata alle vicende dei signori feudatari che si susseguirono nel dominio di Campobasso, i quali ebbero sempre, tra i loro possedimenti, molti feudi molisani.

 

I “Molisio”

E’ probabile che Montorio passò da Vito Avalerio ed Enrico Cena, che ne erano padroni nel 1167, direttamente ai Molisio, i quali già da tempo erano signori di luoghi viciniori, specialmente di Colletorto.

I “conti di Molisio” erano in epoca longobarda conti di Boiano. Verso la metà del secolo XII troviamo tra i loro discendenti Ugone di Molisio, conte di Campobasso e Sepino, che aveva sposato la contessa di Catanzaro. Costui morendo assegnò i due feudi come “dotario” per le nozze della figlia Clarizia, che era andata sposa al nobile borgognone Teobaldo di Baro. I discendenti di Clarizia, ereditando i feudi, mantennero il cognome materno “Molisio”. Dei Molisio signori di Montorio si conoscono i seguenti nomi.

Matteo di Molisiosignore anche di Laureto in territorio di Colletorto forse era fratello di Clarizia. Gli succedette nel dominio di Montorio Roberto di MolisioNon si sa bene se Roberto era figlio di Clarizia o di Matteo. Il Masciotta stesso nella monografia di Montorio sostiene che era figlio di Matteo; mentre nella monografia di Campobasso dice che “non si sa se figlio o nipote di costei (Clarizia)”.

Di Roberto si sa che era in vita nel 1277 in quanto ebbe una vertenza con l’Università di Campobasso dalla quale pretendeva i proventi dei mercati locali. Carlo I d’Angiò sottomise l’esame della questione a speciali magistrati i quali con Regio Rescritto del 13/11/1277 sentenziarono in favore della città.

Guglielmo di Molisio successe al padre Roberto e morì nel 1326 lasciando due figlie: Tommasella ed Adolisia. Tommasella (da alcuni chiamata Giovannella) aveva sposato Riccardo di Gambatesa, nel 1326, mentre era ancora vivo il padre Guglielmo. Dal loro matrimonio non nacquero figli per cui i feudi in loro possesso, estinta la famiglia, passarono alla famiglia dei “Gambatesa”.

Gambatesa-Monforte

Riccardo di Gambatesamarito di Tommasella di Molise, viene ricordato come ottimo condottiero, eccellente diplomatico ed amministratore. Fu al seguito di Roberto d’Angiò, nel 1318, tra le forze che difendevano Genova assediata prima da Marco Visconti e successivamente dal lucchese Castruccio Castracane.

Nel 1333 Roberto d’Angiò, in occasione delle nozze della principessa erede Giovanna col principe Andrea d’Ungheria, “alquanto rallegrato di queste nozze, credendosi d’havere stabilito le cose del Regno quanto alla successione, si voltò a rimunerare quelli, che nelle guerre passate gli haveano ben servito e creò. . . . Carlo di Gambatesa Conte di Montorio in Capitanata”

Si può presumere che Riccardo di Gambatesa ebbe da Carlo II una parte di Montorio per il matrimonio con Tommasella di Molise e che il suo erede, Carlo di Gambatesacon la seconda metà del feudo avuta da Roberto d’Angiò, riunì i due mezzi feudi.

Dal 1333 al 1495 Montorio fu sempre dominio dei Gambatesa-Monforte e pertanto seguì le stesse vicende ed ebbe i medesimi feudatari della città di Campobasso.

Nel 1382 il Conte di Montorio (Carlo?) si schierò con gli Angioini per essere stato tassato dal Parlamento dei Baroni di Napoli della somma di 2.000 fiorini come aiuto al re Carlo III di Durazzo nella guerra contro Luigi d’Angiò.

Nicola di Gambatesa-Monforte, figlio del conte di Morcone e nipote di Riccardo, fu forse l’erede della contea di Campobasso. Fu il primo discendente dei Gambatesa ad adottare il prenome “Monforte” come principale. I Gambatesa erano imparentati con i Monforte, venuti dalla Francia, in quanto un Gambatesa aveva sposato l’unica erede del conte di Squillace, Giovanni di Monforte, col patto però che i discendenti avrebbero assunto il nome della madre, cioè Monforte. Dapprima il prenome acquisito fu respinto, ma successivamente, durante il periodo aragonese, Monforte prese il sopravvento su quello di Gambatesa.

Nicola fu presente alle nozze di re Radislao con la principessa Costanza di Chiaromonte, nel 1390. Prese anche parte alla battaglia di Roccasecca, il 26/5/1410, nell’esercito di Ladislao. Morì nel 1414.

Guglielmo di Monforte subentrò a suo padre, nel dominio dei feudi, il 19/4/1414. Sappiamo di lui che partecipò alla battaglia navale fra la flotta aragonese e quella genovese. Il conte di Montorio, insieme con altri baroni, furono fatti prigionieri e condotti a Genova, mentre lo stesso re Alfonso d’Aragona fu condotto a Milano.

Guglielmo morì nel 1444 lasciando eredi sicuramente due figli, Nicola e Riccardo, e forse un terzo di nome Angelo.

Nicola di Monforteconosciuto come “Conte Cola”, ereditò il titolo dei feudi dal padre nel 1444. Si trovò immischiato nei turbamenti che sconvolsero il Regno, dopo la morte di Alfonso l° d’Aragona, sotto Ferdinando l°. Ancora una volta, contro l’Aragonese si formò una coalizione con a capo il Principe di Taranto ed il Principe di Rossano. I Monforte si schierarono dalla parte di Giovanni d’Angiò, figlio di Renato il Marzano, duca di Sessa, al quale concesse libero transito sulle sue terre per recarsi in Puglia a combattere le truppe di Ferdinando I d’Aragona. Ma il duca Giovanni, sconfitto, fu costretto a ritirarsi ed a tornare in Francia. Il Monforte, fuggito al suo seguito, in un primo momento si mise al servizio di Carlo di Borgogna, detto il Temerario, e successivamente lo abbandonò per entrare a far parte delle milizie di Renato, duca di Lorena.

Intanto in Italia, il re Fernando Idopo aver fatto la pace col Principe di Taranto, si rivolse contro i feudatari che si erano ribellati per ricondurli all’ordine. Pertanto, nell’anno 1462, Montorio, in quanto feudo ribelle, subì l’assedio da parte di Ferdinando l°, al quale si arrese subito.

Il feudo di Montorio, rimasto senza titolare, fu devoluto alla Regia Corte dal 1465 al 1488.

Angelo di Monforte fu tuttavia reintegrato dei beni paterni e fu quindi il nuovo titolare dei feudi molisani dal 1488 al 1492. Giustiniani sostiene che Angelo era un fratello minore di Nicola e non suo figlio, come dicono molti storici.

Angelo ebbe in moglie Giovannella Caracciolo dalla quale ebbe tre figli: Nicola, Diana ed Angelo. Morì di lebbra nel 1492, in gran miseria ed abbandonato da tutti a causa della sua malattia.

Nicola di Monforte successe al padre Angelo nel 1492 all’età di circa 20 anni. Con la discesa in Italia di Carlo VIlI dalla Francia, i baroni del Regno filo-angioini, e con essi i Monforte, ripresero le armi contro l’aragonese Ferdinando II. Ritiratosi frettolosamente Carlo VIII, la loro ribellione fu immediatamente punita con la messa al bando e con la confisca dei beni e dei feudi.

Di Capua – de Raho – Pappacoda – Zurlo

Dopo la confisca dei beni del conte Nicola, dichiarato ribelle nel 1495, il successore feudale dei Monforte fu Andrea Di Capuaduca di Termoli e conte di Altavilla. Questi, con atto del 23/11/ 1495, comprò da Ferdinando II la contea di Campobasso ed altri feudi del Molise, tra cui Montorio, per la somma di 18.000 ducati. Andrea era figlio di Francesco Di Capua d’Altavilla e di Elisabetta Conti.

I “Di Capua” ebbero il dominio di Montorio dal 1495 fino al 1598 e vi abitarono per alcuni periodi, Infatti i nomi dei loro figli, dei loro servi e cocchieri risultano fra i battezzati nei registri parrocchiali.

Tuttavia il loro dominio fu intervallato dal possesso di altri signori in quanto il paese era stato venduto e ricomprato più volte durante il primo trentennio del 1500.

Dal Magliano si apprende che Ferrante Di Capua, duca di Termoli e principe di Molfetta, nel 1511 vendette il feudo di Montorio ad Alfonso De Raho di Napoli, come risulta dal Regio Assenso del 20/09/1512, con patto di riscatto.

Masciotta tuttavia sostiene che nella vendita fatta da Ferrante non risulta esserci il feudo di Montorio, come si rileva dal Relievo, in quanto lo stesso era stato probabilmente ceduto precedentemente.

Ad ulteriore conferma della vendita ad Alfonso De Raho, Luigi Carfagnini riferisce ché nel libro magistrale del Comune, al foglio 62, vi era una copia autentica del 1544, estratta da una pergamena antecedente, dalla quale si rilevava che Alfonso De Raho di Napoli era padrone di Montorio nel 1515. Si trattava di un laudo o sentenza fatta da Giulio Caracciolo di Napoli il 21/9/1515 per dirimere una vertenza di confini tra Alfonso DeRaho ed il Comune di Montorio da una parte, e Francesco Boccaplanula ed il Comune di Bonefro dall’altra. La sentenza a favore di Montorio fu promulgata dal notaio Domenico de Lillis di Gesso, abitante a Larino, e riassunta in forma publica su carta pergamena dal notaio Antonio de Cathaenellis di Larino.

Tuttavia il feudo fu nuovamente comprato da Ferrante e ceduto ad Ettore Pappacodasignore utilista di Larino, che lo divenne anche di Montorio dal 1523 al 1528.

Dal Pappacoda Montorio fu ceduto a Lucrezia Zurlo (o Zurolo) ritornando così nelle mani dei Di Capua. Infatti Lucrezia, descritta come una donna bellissima, era vedova di Bartolomeo Di Capua, fratello di Andrea Di Capua, conte di Altavilla e principe di Riccia. Montorio rimase nelle mani di Lucrezia dal 1528 al 1532 allorchè Maria Di Capua, duchessa di Termoli, ricomprò il feudo e successivamente lo cedette a Giulio Cesare Di Capua, principe di Conca, per la somma di 500 ducati quale pagamento di un debito.

Nel 1575 Giulio Cesare cedette Montorio al fratello Francesco Antonio di Capua e da questi passò alla madre Dorotea Spinelli. Dopo la sua morte, Montorio ritornò a Giulio Cesare, che per ultimo la cedette alla figlia Caterina di Capua come dote, in occasione del matrimonio con Luigi Castelletti. Caterina fu l’ultima Di Capua ad avere Montorio, che successivamente passò alla famiglia Castelletti.

Sulla permanenza e dimora dei Di Capua a Montorio, oltre alle fonti documentarie, esiste anche una tradizione orale che tramanda un episodio avvenuto durante la loro signoria.

Il borgo era separato dalla rocca da mura e l’unica comunicazione era la porta del cortile del palazzo baronale. Gli abitanti del borgo per recarsi in chiesa erano costretti a passare per questa porta. I signori e gli uomini della corte, soprattutto i loro servi e le guardie, usavano spesso insultare ed infastidire le donne, nubili e maritate, che attraversavano la porta. Tutto durò finché l’ira del popolo si scatenò e sotto la guida di un certo “Greco”, il quale aveva subito soprusi a carico della propria moglie, abbattè un tratto delle mura di cinta creando una nuova via di accesso alla rocca. Dopo quell’avvenimento il valico aperto prese il nome di “muro rotto”. Da allora la via fu sempre denominata così, come lo è tuttora.

Castelletti

I Castelletti, discendenti dalla stirpe dei “Cortellet” francesi, compaiono come feudatari di Montorio agli inizi del 1600.

Luigi Castellettisposando Caterina Di Capua, divenne marchese di Montorio, come si legge sul Regio Assenso del 1605. A conferma della sua presenza a Montorio vi è tuttora una lapide murata in via S. Sebastiano sulla quale è citato il nome.

A Luigi Castelletti, deceduto nel 1621, successe il figlio Pietro Castelletti, signore, oltre che di Montorio, anche di Montelongo, di Bonefro e Reggente della Gran Cancelleria del Regno. Morì senza figli nel 1650.

Gli successe nel dominio delle tre terre il fratello Matteo Castelletti. A questo, che tenne Montorio dal 1650 al 1659, successe l’altro fratello Francesco Castelletti, e quindi Caterina Castelletti, figlia di Francesco.

Sinforosa Castellettifiglia di Luigi e sorella di Francesco, Pietro e Matteo, ereditò i tre feudi nel 1664, alla morte di Caterina. Sinforosa era sposata con un Mastrogiudice della nobile famiglia del Seggio Domininova di Sorrento per cui alla sua morte, avvenuta nel 1678, il dominio di Montorio passò a suo figlio Luigi Mastrogiudice.

Mastrogiudice”

Luigi fu il primo marchese della famiglia Mastrogiudice ad avere Montono. Ebbe da Beatrice Carmignani, dei marchesi di Acquaviva, tre figlie. Due di loro furono fatte suore nel convento di San Potito a Napoli, mentre la primogenita, Sinforosa, ricevette il feudo di Montorio in occasione delle nozze con Giovan Francesco Ceva-Grimaldi, figlio di Giuseppe, marchese di Pietracatella. Luigi morì nel 1707 lasciando erede Sinforosa Mastrogiudice,che tenne Montorio fino al 1753.

Con Sinforosa, Montorio ebbe un grande rilancio economico e demografico. Ricostruì il palazzo baronale fin quasi dalle fondamenta e vi stabilì la sua dimora durante i mesi estivi. Favorì l’immigrazione offrendo nuove terre da coltivare. Il paese, che era ormai un cumulo di macerie, risorse con nuove case e palazzi signorili.

Sposò GiovanFrancesco Ceva-Grimaldi, primogenito del marchese di Pietracatella, per cui, alla sua morte, Montorio passò alla famiglia Ceva-Grimaldi di Pietracatella, che la tenne fino all’abolizione della feudalità.

Ceva-Grimaldi

Nel 1753, alla morte di Sinforosa Mastrogiudice, il feudo di Montorio passò a Giuseppe Maria Ceva-Grimaldifiglio di Giovan Francesco e di Sinforosa Mastrogiudice, il quale sposò Angela Pisanelli. Tenne il feudo per pochi anni. I suoi successori furono nell’ordine i seguenti:

Giovan Francesco Ceva-Grimaldifiglio di Giuseppe Maria, che aveva sposato Maria Spinelli dei principi di Cariati.

Giuseppe Mariafiglio di Giovan Francesco e di Maria Spinelli. Ricoprì cariche importanti durante il regno di Ferdinando II di Borbone, quale quella di Presidente del Consiglio dei Ministri.

A Giuseppe Maria, morto nel 1862, successe nell’eredità dei beni di Montorio il figlio Giovan Francesco, che morì nel 1896. Questi, a sua volta, ebbe tre figli: Filippo, Giuseppe e Marcello, che sposò Cristina Tupputi dalla qua1e ebbe due figli, Francesco ed Ottavio.