Nello studio del folklore e delle tradizioni popolari, per comodità di esposizione, si è soliti separare il ciclo della vita umana dal ciclo delle stagioni. In effetti i due cicli molto spesso si accavallano o hanno elementi comuni. Un esempio è offerto dalla festa di S. Giovanni Battista il 24 giugno, in cui coincidono riti propiziatori della primavera e riti divinatori della vita umana.

Molte credenze ed usanze ormai sono solo un ricordo degli anziani e suscitano l’interesse degli studiosi della materia. Infatti dopo la 2° guerra mondiale è avvenuto un radicale cambiamento della cultura popolare. Il progresso scientifico e tecnologico ha dato il colpo di grazia ad un mondo fatto di superstizioni, credenze, rituali e pratiche varie.

E’ opportuno, pertanto, limitarsi a ricordare solo alcune feste ed usanze legate alla vita sociale dell’uomo, sia religiose che profane, che si ripetono, o si ripetevano fino a pochi anni or sono, ciclicamente nei vari periodi dell’anno, da Capodanno in poi.

Occorre, però, precisare che le tradizioni popolari, le feste ed i riti praticati a Montorio si riscontrano, con qualche variante, in tutto il Molise ed anche in altre regioni, o addirittura in tutto il meridione d’Italia. In effetti la cultura popolare di Montorio non può essere separata dalla cultura popolare di tutto il Sud in genere.


17 gennaio: S. Antonio abate

Il 17 gennaio, giorno dedicato a S. Antonio abate, segna anche l’inizio del carnevale. Nei tempi passati si usava portare in paese dalla fiera di Larino un fantoccio, rappresentante carnevale, a dorso d’asino. Nel piazzale IV Novembre si accendeva un grosso falò con la legna questuata dai ragazzi. Intorno al fuoco si eseguivano musiche e canti popolari con organetti e con la partecipazione di forestieri di passaggio.

A sera inoltrata ognuno portava a casa un poco di brace, una “palella” oppure un “tizzone”, perché era di buon augurio. Oggi si usa ancora allestire diversi falò, detti “fuochi di S. Antonio”, in varie zone del paese.

Una usanza, ormai non più praticata, consisteva nel lasciare libero per il paese un maialetto. II piccolo suino girava di porta in porta ricevendo qualcosa da mangiare e, divenuto grosso e grasso, in gennaio veniva venduto ed il ricavato era devoluto alla chiesa.

Il periodo di carnevale trascorreva in festicciole che si organizzavano nelle case private con cene e balli e con consumo abbondante di carni suine insaccate. Nei decenni passati vi era l’usanza, alla fine del periodo, di processare un fantoccio rappresentante carnevale, condannarlo e quindi bruciarlo o buttarlo da un burrone. Venivano composte canzoni che narravano sinteticamente gli avvenimenti che avevano caratterizzato l’anno intero, soprattutto il raccolto agricolo, la produzione pastorizia, ecc.

Negli ultimi anni i giovani stanno riscoprendo il modo di fare baldoria con sfilate di maschere per le vie del paese tra musiche e canti popolari caratteristici.
La “vecchia Quaresima

La morte di carnevale annuncia l’inizio del periodo quaresimale. Fino a qualche decennio scorso, in ogni casa si usava appendere al soffitto un pupazzetto vestito di nero rappresentante la “vecchia” Quaresima. Portava infisse ai piedi 7 penne di gallina, che venivano sfilate una per ogni domenica di Quaresima. L’ultima veniva tolta la mattina del giorno di Pasqua:

19 marzo: la “tavola” di S. Giuseppe

In periodo quaresimale, il 19 marzo, cade la festività di S. Giuseppe. Nel giorno della vigilia alcune famiglie, per tradizione, preparano nella propria abitazione un altarino sul quale vengono esposte le immagini di S. Giuseppe e della Sacra Famiglia. Fra preghiere e canti religiosi viene offerto ai visitatori granone bollito. Nella successiva mattinata del 19, gruppi di visitatori si recano a visitare gli altari ricevendo in offerta maccheroni conditi con mollica di pane fritta in olio aglio e prezzemolo, “screppelle” e zeppole.

Il momento più importante della festa è rappresentato dalla “tavola”, Le famiglie che allestiscono gli altari nelle proprie case offrono un pranzo ad almeno 13 commensali. Ne fanno parte: una coppia di giovani sposi con un figlioletto (la Sacra Famiglia), due anziani coniugi (i vecchi), ed almeno altri 8 uomini. Vengono consumate 13 pietanze tutte di magro. In tavola è servito solo vino rosso che deve essere bevuto direttamente dalle “carrafine” di vetro.

Le pietanze, tutte di magro, consistono in tredici portate di modesta entità, quasi assaggi, in piccoli piatti e secondo il seguente ordine: arancia condita con olio e pepe, fagioli, ceci e cicerchie conditi con olio crudo, fave con olio e cipolla fritta, rape e riso con olio crudo, baccalà fritto, funghi in umido, “scopecia”, peperoni sotto aceto, baccalà in umido e, per finire, maccheroni conditi con la mollica fritta. Il vino è servito nelle “carrafine”.

Il pane utilizzato per la mollica e tutto ciò che resta delle vivande adoperate per la tavola vengono distribuiti. Nulla deve essere conservato, perché potrebbe immediatamente andare a male.

Una volta era usanza servire le pietanze a piedi nudi. Il pranzo ha inizio con la lettura di una preghiera a S.Giuseppe. Ad ogni portata si invoca in coro il nome di “Gesù e Maria” e la stessa invocazione si ripete ogni volta che si beve il vino.

La tradizione, che si rinnova ogni anno, è partecipata e sentita attivamente da tutta la popolazione, come “devozione”.
La settimana di Passione

Durante la settimana di Passione, si praticavano nel passato usanze delle quali alcune sono ormai andate in disuso.

In chiesa si addobbavano suntuosamente i “sepolcri”. La sera del giovedi santo, i fedeli, dopo aver visitato i sepolcri, si recavano nell’abitazione del sagrestano per assaggiare i “ciufoli d’u seppuleche”, confezionati con farina offerta dagli stessi fedeli.

Durante i giorni in cui le campane sono “legate” (non vengono suonate), un gruppo di ragazzini fa il giro del paese agitando la “tric-trac”. Questo attrezzo consiste un un’asse di legno sulla quale sono fissate maniglie di ferro mobili. Agitando la tavoletta si produce un particolare rumore di percussione del ferro sul legno che serve per dare avviso al popolo dell’inizio di una funzione religiosa e di alcune ore particolari della giornata: mezzogiorno, ventunesima ora, ecc.
L’Ascensione

In questa ricorrenza si usava preparare un piatto particolare: tagliolini o riso conditi con latte bollito, zuccherato e cosparso di cannella. E’ una pietanza tipica delle popolazioni dedite alla pastorizia per augurare una abbondante produzione di latte e formaggi.

In questo giorno il latte non poteva essere venduto, ma solo regalato.
24 giugno: S. Giovanni Battista

La ricorrenza di S. Giovanni Battista è la più legata ad usanze, credenze e rituali magici dell’intero anno. La notte della vigilia le acque dei fiumi, dei ruscelli e perfino1a rugiada acquistano poteri magici contro alcune malattie. E’ cosa utilissima, quindi, bagnarsi nelle loro acque prima del sorgere del sole.

Le donne nubili possono pronosticare il proprio futuro e perfino conoscere in anticipo qualche caratteristica del futuro sposo. Nel passato si usava immergere l’albume di un uovo in un bicchiere d’acqua e lasciarlo sul davanzale della finestra per l’intera notte. La mattina seguente si poteva pronosticare osservando la forma assunta dall’albume. Si faceva anche colare piombo fuso in un recipiente con acqua fredda. La forma assunta dal metallo solidificato forniva indicazioni sul futuro. Chi non doveva sposarsi, invece, pronosticava la vita futura: viaggi, denaro, salute, ecc.

Testimonianza dell’importanza di questa ricorrenza è l’usanza, che tuttora esiste, di definire i compari ed i loro familiari con l’appellativo di “sangiuanne”.

12-13 giugno: S. Costanzo e S. Antonio

Fino al 1740 si festeggiava solo S.Antonio il giorno 13 giugno. Con l’arrivo delle reliquie del Martire S. Costanzo, avvenuto il 12 giugno 1741, divennero Patroni e Protettori di Montorio congiuntamente S. Costanzo e S. Antonio di Padova. Oggi si svolgono funzioni religiose con processioni e manifestazioni ricreative con orchestre bandistiche, orchestrine da piazza e fuochi pirotecnici.  Nel passato, il popolo partecipava attivamente a gare, quali la lotta, la corsa di cavalli, corse a piedi e nei sacchi.

Fino agli anni antecedenti la 2° guerra mondiale, Montorio era meta di pellegrinaggi. Le “compagnie” di pellegrini giungevano dai paesi vicini e lontani del Molise, dall’Abruzzo e dalla provincia di Foggia per chiedere la “grazia”a S. Costanzo, le cui reliquie erano ritenute miracolose.

Luglio: Madonna del Carmine e processione con “manuocchi”

Nel passato, oltre ai rituali primaverili che si praticavano per propiziare un’abbondante produzione agricola, si svolgevano durante l’estate, festeggiamenti e rituali come ringraziamento alla divinità per il raccolto delle messi.

In occasione dei festeggiamenti in onore della BV. del Carmelo, durante la processione religiosa, vengono portati in sfilata per le vie del paese i “manuocchi”. Essi consistono in covoni di grano confezionati artisticamente con spighe intrecciate; addobbati con nastri colorati e con l’immagine della Madonna. Nel passato i ‘manuocchi’ venivano allestiti nei campi e portati in paese tra canti religiosi e preghiere. Ogni agricoltore o proprietario terriero ne confezionava almeno uno. Negli ultimi decenni l’usanza sembrava andare completamente in disuso, ma negli ultimi anni c’è stata una rivalutazione della tradizione per cui vengono costruiti piccoli ‘manuocchi’ o semplici mazzetti di spighe di grano intrecciate al posto degli imponenti ‘manuocchi’ di un teòpopassato.

L’usanza, che è certamente molto antica, tende a scomparire per diversi motivi. I moderni mezzi di lavoro, la mietitrebbia in particolare, permettono mietitura e trebbiatura contemporanea delle messi in pochi giorni già durante il mese di giugno, per cui non sempre si ha disponibilità di spighe di grano intere che vengono triturate dal mezzo meccanico. Il grano, inoltre,  che fino a qualche decennio scorso era il principale prodotto della nostra terra, oggi è stato in parte sostituito da colture alternative: girasole, sorgo, soia, ecc.


Agosto: S. Rocco

La festività di S. Rocco è una delle feste che si ripetono annualmente con carattere religioso e ricreativo.


Novembre: la commemorazione dei defunti

Con la fine della stagione estiva terminava anche l’intero anno. Presso alcuni popoli del nord Europa, infatti, il l° novembre segnava l’inizio di un nuovo anno. Inoltre, molti popoli, soprattutto quelli primitivi, credevano e credono che nella notte fra il vecchio ed il nuovo anno, le anime dei defunti ritornano sulla terra e con poteri magici possono arrecare bene o male alle persone. Perciò nelle case vi era l’usanza di lasciare accesa, durante la notte, una luce e del cibo sulla mensa per offrire degna ospitalità alle anime dei morti.

Gruppi di ragazzi, la sera della vigilia, tramandano una tradizione che consiste nel recarsi agli usci delle case per chiedere “l’anima dei morti”. Viene loro offerto un piccolo dono: frutta secca e, nei tempi moderni, caramelle e dolciumi. E’ l’equivalente di Halloween di origine anglosassone.
31 dicembre: le “maitinate”

La sera del 31 dicembre gruppi di ragazzi, spesso anche adulti, si recano agli usci delle case recitando e cantando strofette indirizzate al padrone o alla padrona di casa (le ‘maitinate’) ricevendo in cambio doni consistenti in frutta secca e qualche dolce natalizio. Gli adulti accettano volentieri anche bicchieri di vino. L’usanza, molto praticata in un recente passato, sta andando in disuso.